Ugo Guidolin: chiudere le porte ai social media significa perdere il proprio vantaggio competitivo
Pubblicato il 04. ott, 2009 da Francesca Romano in Archivio
Ugo Guidolin
Docente di Comunicazione Multimediale presso l’Università degli Studi di Padova e Consulente per i Nuovi Media
www.oogo.com
1. Il potere di FB: spaventa i manager di aziende editoriali il diffondersi “virale” di informazioni e conoscenza e soprattutto il social network come aggregatore di soggetti con gli stessi interessi?
La domanda suggerisce già una risposta, ma in realtà il problema è un po’ più complesso. È ovvio che le aziende temano una struttura di relazioni sociale reticolare quale quella proposta dal social networking, dal blogging o più in generale dal cosiddetto Web 2.0. Se fino ad oggi la stabilità di un’organizzazione aziendale veniva garantita dalla divisione del lavoro organizzato all’interno di una struttura verticistica di controllo, in cui le informazioni venivano trasmesse secondo processi strettamente gerarchici, i nuovi strumenti di comunicazione sociale che. al contrario, appiattiscono i domini di conoscenza all’interno di una comune piattaforma di condivisione del sapere, minacciano questa stabilità. Non solo, ma l’uso dei social media amplifica pubblicamente e immediatamente il dibattito e le relazioni dell’azienda a distanze e scale sociali idealmente illimitate secondo meccanismi virali che sfuggono, ai sistemi di controllo dell’azienda stessa, perchè si riversano sulla piazza globale. Si pensi, per esempio, in ambito socio-politico alla protesta iraniana diffusa al resto del mondo attraverso Twitter o all’organizzazione del consenso generata dal movimento No Global o dalla protesta studentesca attraverso la Rete. Siamo cioè a una fase di passaggio in cui la globalizzazione dei sistemi sta ridefinendo anche gli assetti sociali, a tutti i livelli di organizzazione sociale, compreso quello delle aziende che in questo momento si trovano ad essere completamente impreparate ad arginare i rischi derivanti dal nuovo uso che si fa dello strumento online e non riesce a convertirlo in un vantaggio competitivo. Il meccanismo protezionistico del chiudere i rubinetti della rete alla lunga non giova. Trattare Facebook o Twitter come se fossero dei virus significa solamente, per dirla alla Mogol, arginare con uno scoglio il mare, vale a dire Internet. Internet, infatti, ha già coinvolto ogni aspetto e risorsa dell’azienda e negli ultimi anni anche i social media, che sono parte rilevante della sua naturale evoluzione, sono ormai entrati a farne parte, diventando a tutti gli effetti strumenti di lavoro e di relazione professionale. Si pensi, per esempio, a LinkedIn una rete sociale che amplia le opportunità di crescita professionale e confronto progettuale. Questo fa parte di un processo di riassetto sociale senza ritorno con cui l’azienda è costretta a fare i conti. Il 95% delle aziende, infatti, oggi nei paesi industrializzati consente al proprio personale di accedere ai nuovi strumenti sociali della rete e la maggior parte di queste (66%) ritengono che siano diventati indispensabili all’interno dei propri processi operativi (Indagine Websense, 2009). Un’azienda che chiude le porte alle nuove opportunità offerte dal web 2.0 oggi rischia seriamente di perdere il proprio vantaggio competitivo, prima fra tutte l’azienda editoriale che ha la necessità di scambiare informazioni mediante l’ausilio di strumenti moderni di indagine giornalistica e reperimento delle informazioni.
2. È possibile diffondere virus attraverso i social media?
La risposta è semplice… Sì, i social media possono diffondere dei virus, ma lo fanno alla stessa maniera in cui li può diffondere qualsiasi altro strumento Internet. Se pensiamo di difenderci dal rischio dei virus chiudendo il rubinetto ai social media, allora a maggior ragione dovremmo chiuderlo anche alla posta elettronica, luogo ben più ambito dagli “hacker” per l’intrusione di malware. È una logica che alla lunga non regge! Il malware, che coinvolge la sfera della sicurezza più strettamente tecnologica non dovrebbe essere l’urgenza principale del sistema in rete di un’azienda. Non a caso il vero spionaggio industriale e l’intrusione all’interno degli archivi aziendali avviene tuttora attraverso strategie di ingegneria sociale che non fanno necessariamente uso di strumenti informatici, ma anche solo del telefono o del semplice rapporto umano. Bisogna convincersi, infatti, che parlare di Internet oggi non significa parlare di tecnologia o informatica, ma di relazioni sociali, di comunicazione, di informazioni, di dati sensibili. Qualsiasi avanzatissimo sistema di sicurezza informatica potrebbe crollare miseramente difronte alla semplice rivelazione di dati riservati! Quando lavoravo in Mondadori, ricordo ancora che era facile trovare attaccati in bella vista sotto i monitor dei computer di molti dipendenti i promemoria con i dati di accesso al loro sistema! Oggi è ovvio che il rischio aumenta ancor di più con sistemi di relazione estesi come i social network, ma non è la censura la soluzione. Il problema è che le aziende sono ancora troppo focalizzate sull’aspetto tecnologico della sicurezza e ragionano ancora in termini di rubinetti chiusi o aperti, quando invece è proprio il fattore umano, ossia quello che ora è l’anello debole della catena, il fattore su cui un’azienda deve investire in termini di sicurezza. La forza dell’anello debole di una catena può infatti diventare la forza della catena nel suo complesso. Le strategie di sicurezza di un’azienda dovrebbero, di conseguenza, essere maggiormente concentrate sull’educazione dei dipendenti all’uso dei nuovi strumenti della rete, sulla formazione alla sicurezza, sulle regolamentazioni d’uso, sull’organizzazione e la gestione interna dei dati che non sulla prevenzione software.
3. Se sì, quanto il Mac può essere soggetto all’attacco dei virus provenienti da Fb, Twitter o altri?
Innanzitutto, va precisato che per sua natura, in Facebook viene operata sempre una selezione degli accessi e delle autorizzazioni e questo finora ha permesso al sistema di Zuckerberg di proteggere i suoi membri dall’intrusione di malware. Un caso clamoroso, tuttavia, è stato quello di Koobface, un virus che colpiva esclusivamente gli utenti che utlizzavano Windows. A parte questo però non mi sembra che siano esistite altre casistiche particolari. Certo, nel caso dei social network, l’utente è esposto a rischi di intrusione maggiori dal momento che tende ad abbassare la guardia in virtù della presunta amicizia e della fiducia che si generano all’interno di queste realtà. Ma questo conferma quanto detto in precedenza e cioè che solo la formazione alla sicurezza può garantire anche un uso più responsabile del mezzo in azienda.















