Perché chiudere l’accesso ai social media?
Pubblicato il 04. ott, 2009 da Francesca Romano in Che c’è di nuovo

23 settembre 2009, “Access denied” al link Facebook.com, anche a Twitter.com, e altri che le redazioni dei settimanali usano per le loro testate.
In Cairo Editore, dove lavoro, hanno chiuso l’accesso ad alcuni siti senza neppure avvisare i naviganti che li usano anche come fonti per i loro servizi. Ma cosa ha spinto a decidere che censurarli sia un modo per ottenere qualcosa? E cosa esattamente? Le motivazioni ufficiali riguardano il fatto che alcuni siti e i social media non sono strumenti professionali e quindi si devono consultare fuori dal luogo di lavoro. Corriamo il pericolo che attraverso il loro uso il sistema editoriale venga infettato da virus informatici. Però c’è un aspetto che non emerge da queste motivazioni, ciò che oggi passa dai social media può essere anche fonte di informazione. L’uso non necessariamente è un affare privato e questo è sotto gli occhi di chi li frequenta e ci lavora anche.
Facebook, il più popolare social network, è una comunità che cresce ogni giorno, consente di ampliare la propria rete di relazioni sociali e professionali. È il social media che ha più utenti nel mondo. La fluidità del sistema permette di scegliere l’utilizzo che se ne vuole fare, c’è davvero di tutto. Dalle organizzazioni politiche ai gruppi di discussione, dalle cause civili e popolari, ai personaggi pubblici della politica, della cultura e del costume, c’è una enorme “redazione” sparsa sul globo terrestre di 250 milioni di utenti che offrono nella piazza virtuale ciò che vedono e pensano nella piazza reale. Rimanere scollegati da questo mondo, significa alla lunga rimanere scollegati dal futuro prossimo dell’informazione. Molte aziende infatti stanno cominciando a entrare nel sistema dei social network per sfruttare nuove opportunità di business.
Ho chiesto a colleghi, specialisti del web, scrittori e blogger di dire, secondo loro, cosa può preoccupare al punto di chiudere l’accesso ai social media e a Facebook e Twitter in particolare. E quanti virus hanno infettato i loro pc. Questa è la testimonianza della loro esperienza in merito, non si finisce mai di imparare.
Francesca Romano
Giornalista e Blogger
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Gaetano Baldi | Direttore Responsabile del mensile nazionale Libero Reporter
I social network aiutano a capire a fondo i problemi reali dei cittadini, senza freni e censure -

Ugo Barbàra | Giornalista e scrittore lavora in Agi, redazione esteri
I social media, una via d’uscita alla crisi dell’editoria tradizionale -

Davide Camarrone | Giornalista Rai e scrittore
Arretratezza culturale tra compressione ed evasione dal lavoro -

Lara Cardella | Scrittrice e insegnante
Non è l’editoria a spaventarsi dei social network quanto chi governa -

Luca Conti | Collaboratore del Sole 24 Ore e autore di Fare Business con Facebook
I social network sono un potente alleato per chiunque produce contenuti di qualità -

Carla De Girolamo | Vicecaporedattore Attualità di Panorama
I giornali scrivono che sui social network si perde tempo, loro ci credono e li vietano -

Ugo Guidolin | Docente di Comunicazione Multimediale e consulente per i nuovi media
Chiudere le porte ai social media significa perdere il proprio vantaggio competitivo -

Danilo Lenzo | Giornalista indipendente
Troppi dinosauri e non solo tra i manager -

Mario Pappagallo | Giornalista scientifico e membro del Cdr del Corriere della Sera
È contro l’informazione che un editore ponga limiti a una fonte -

Massimiliano Trisolino | Web Marketing Specialist
I lettori cambiano e diventano produttori di news -

Francesca Mineo | Giornalista, si occupa di comunicazione sociale
Idealmente, Fb, può anche essere uno strumento di controllo, dipende da come si usa
















Roldano De Persio
05. ott, 2009
I Social Media non sono strumenti professionali? Questa è divertente
I Social Network sono parte della mia professione e sono materia per molti professionisti in Italia. Non è professionale per i dipendenti di un editore usare Facebook? Perché esiste altro? In Italia Internet è Facebook e ignorare questo dato di fatto significa sucidarsi. Nulla di nuovo eh, Google sta massacrando economicamente gli editori di tutto il mondo perché colpevolmente in ritardo, figuriamoci se riescono a capire che il pericolo per loro non sono i dipendenti, ma Facebook in quanto editore. I virus? Allora aboliamo la posta, le chiavette USB, i dipendenti che naviagano in siti non sicuri etc.
Eugenio La Mesa
05. ott, 2009
I social media sono fondamentali sia per il lavoro che per mantenere in modo asincrono relazioni con i propri amici, organizzando meglio il (poco) tempo libero, e quindi lavorando meglio (sapendo che poi il tempo libero + più ricco e piacevole).
Chi pensa che invece sia una perdita di tempo non ha capito un bel niente.
Con lo stesso principio dovremmo levare il “solitario” da windows? Se una persona non vuole lavorare, ha mille modi di distrarsi, a prescindere dai SN
Betta Carbone
05. ott, 2009
Qui non stiamo parlando solo dei Social Network. Ad essere oscurati sono stati molti altri siti, da alcuni si attingevano anche foto GRATIS (parolina magica magari per chi sta più in alto di noi). Altri siti sono stati oscurati in un primo momento e poi riavviati, a testimoniare che i filtri sono stati messi in modo casuale. Non sono su Fb nè su nessun altro social network ma credo che Internet sia uno strumento di lavoro imprescindibile nel 2009. Il passo successivo quale sarà? Togliere i quotidiani, web o cartacei che siano, perché si perde tempo a leggerli. Tanto noi che ci stiamo a fare in redazione: mica a portare proposte, mica a farci domande, no siamo solo giornalisti compilativi, o così ci vorrebbero forse?
Ma poi perché una decisione così piove dall’alto senza nemmeno informare il Cdr?
Credo che l’argomento meriti un’assemblea, una discussione tra di noi. E pazienza se non tutti vorranno aderire, preoccupati di fare arrabbiare il direttore se perdono mezz’ora di tempo in assemblea. Salveranno il loro stipendio, ma la dignità professionale dove ce la stiamo mettendo? (No, vi prego, non rispondete!)
Marco Ronchetto
05. ott, 2009
Noi di “Diva e donna” siamo arrivati a contattare personaggi e ad avere notizie grazie anche ai siti internet oscurati, quindi per noi l’oscuramento è giornalisticamente un danno. Faccio un esempio: ormai nei reality stanno mettendo personaggi border line, diciamo così, che sovente hanno un passato “proibito” scopribile grazie al web, ormai vera fonte primaria.
Insomma, oscurare significa togliere competitività al giornale e in questo momento particolare non sembrerebbe proprio il caso (ricordo che nelle altre case editrici i giornalisti non hanno simili restrizioni).
Inoltre, essendo il personale per ogni testata esiguo, i capi hanno estrema facilità di capire chi eventualmente non lavora: a questo punto bisognerebbe negare l’accesso anche ai telefoni, al distributore delle bibite, agli stessi altri colleghi con cui è sempre possibile chiacchierare o andare a fumare una sigaretta o al bar…
Io propongo al Cdr una petizione, con tanto di motivazioni, firmata dai giornalisti che lo ritengano opportuno da consegnare poi in Presidenza.
Ugo Guidolin
08. ott, 2009
Mi son trovato a dibattere le risposte che ho dato sul CdrCairoBlog proprio nei social network dove avevo segnalato questo articolo e volevo condividere qui, nel suo ambito ufficiale, alcune riflessioni che sono emerse e che cerco di condensare di seguito.
Quando parliamo di social network, parliamo di una rete di relazioni sociali che coinvolge tutta la nostra vita sociale compresa l’azienda, compresi quei momenti che un dipendente dedica alla semplice socializzazione, utile a fare team e a scambiare opinioni a 360° gradi per conoscere meglio chi ci sta intorno. Qualcuno sostiene che esista già Intranet, quella con la “a” ossia la rete interna aziendale (non so se in Cairo esiste), a soddisfare in maniera più adeguata gli obiettivi di scambio e confronto progettuale tra colleghi, ma con la differenza che mentre quest’ultima rimane relegata all’interno della realtà sociale aziendale e di un controllo verticale - e quindi non cambia molto da prima - un social network apre i confini relazionali su scala globale, ossia permette a un dipendente di entrare in connessione con dipendenti di altre aziende nel mondo che come lui lavorano su progetti e problematiche similari, permettendogli, per esempio, di risolverle più in fretta e di ottenere personalmente risorse a vantaggio della propria azienda che diversamente è difficile ottenere, anche in rete. Cosa importa se oltre a questo si scambia un parere sull’attualità del momento o sulla partita di calcio del giorno prima? Questo fa parte del vivere comune anche in un’azienda e i dipendenti sanno di gran lunga come perdere il tempo e meglio anche lontani da Facebook. A questo si aggiunge il fatto che non esiste un’equazione tra tempo e attività svolta, ossia che le aziende oggi si focalizzano ancora sulla produzione invece che sugli obiettivi e quindi se un dipendente porta a casa il lavoro nei tempi concordati e negli standard convenuti a un dirigente non dovrebbe assolutamente interessare se nel frattempo ha chattato con gli amici su Facebook, così come se non è venuto a lavorare in orario o se si è bevuto troppi caffè. E quindi è chiaro che censurare Facebook o i social media non sortisce grossi vantaggi in tal senso.
Il vero problema, in realtà, non è Facebook, ma sono la gestione delle risorse umane e quindi è un problema casomai di inadeguatezza dei manager. I manager oggi, per esempio, si chiedono se le 8 ore che uno passa a lavorare in azienda lo rendono felice, soddisfatto, con la debita ricaduta in termini di produttività? Adotta strategie in tal senso? O considera solo l’autorità come sistema invece che piuttosto l’autorevolezza? Valorizzare il dipendente nelle sue responsabilità, fargli amare il proprio lavoro, farlo sentire parte di un processo importante dell’azienda, garantendogli condizioni di gratifica e qualifica professionali convenienti e stabilire metodi di promozione meritocratici sono i nodi che promuovono anche la produttività di un’azienda! Censurare Facebook non serve a niente, significa solo adottare sistemi protezionistici da età del vapore nell’era moderna della globalizzazione e delle reti di informazione…
Ugo Guidolin
12. ott, 2009
Altre piccole riflessioni emerse dai dibattiti nei miei social sull’articolo che condivido anche qui:
Facebook rimane uno strumento relazionale che non differisce molto dalle nostre relazioni reali quotidiane se non per due fattori che risultano però fondamentali: amplifica la dimensione relazionale e utilizza una comunicazione diacronica. Nel primo caso, se hai 400 amici, possiamo supporre concretamente che un buon 10% di loro legga le cose che scrivi, vale a dire 40 persone. Quante volte nelle tue relazioni reali hai la possibilità di dire la stessa cosa quotidianamente a 40 persone che hanno scelto di ascoltarti/leggerti sulla fiducia? La dimensione diacronica, invece, è determinata dall’uso della scrittura, ossia il messaggio viene per così dire inciso per un certo periodo nella bacheca e quindi i tuoi amici possono vedere cosa hai scritto anche in tempi diversi dal momento in cui è stato scritto e rileggerlo soprattutto con attenzione, utilizzando un approccio più critico, ossia razionale e analitico, rispetto a quel che succede nella comunicazione faccia-a-faccia (ristretta e sincronica). Da questo, in pratica, ne deriva che se sfruttiamo questo potente strumento per spedire solo “Biscottini della Fortuna” o informazioni futili esso rimane sostanzialmente una perdita di tempo e soprattutto spam informativo, ma se lo usiamo per diffondere, al contrario pensieri, informazioni utili testimonianze, condivise o meno, può diventare al contrario un potente strumento virale di opinione, informazione, organizzazione del consenso.
Francesca Romano
15. ott, 2009
La domanda che mi pongo e che pongo ai colleghi è: l’azienda decide quali siano le fonti che i giornalisti possono consultare? Può entrare nel merito dell’esercizio della professione?
Francesca Romano
19. ott, 2009
Ho trovato questo commento di Anna Masera su http://www.lastampa.it
Brunetta, Facebook e la battaglia contro i “fannulloni”
di Anna Masera
7.5.2009 Difficile ignorare l’annuncio del ministro Renato Brunetta, che vuole l’installazione di un filtro per impedire di accedere a Facebook dai pc dei dipendenti pubblici. Come dire: Facebook uguale fannulloni. Una recente ricerca australiana sostiene il contrario: distrarsi online per brevi periodi rende più produttivi. Non solo: pare che Facebook si stia rivelando anche un luogo ideale per gli incontri di lavoro.
Qualcuno glielo dirà a Brunetta? I filtri fanno solo esasperare chi lavora e vuole comunicare rapidamente, nell’era di Internet. E non c’è certo bisogno di Facebook, per essere assenteisti o fannulloni. Chi crede di risolvere il problema della produttività con i filtri digitali, nell’era pre-Facebook come faceva? O si vuole far credere che i fannulloni esistono solo da quando c’è Internet?
Betta Carbone
19. ott, 2009
Dal resoconto (su Dagospia) dell’intervento di Gad Lerner davanti agli studenti dell’Università Cattolica di Milano
Lerner infine ha sottolineato quanto sia diventato importante il suo blog per il lavoro: «Non potrei andare in tv senza leggere i centinaia di commenti che mi arrivano, è un modello di confronto con la realtà che può essere molto utile. Mi scrivono anche persone lontane da me, che mi sfottono, io leggo tutto e a volte rispondo, e quando ho detto fischi e gli altri hanno capito fiaschi lo sbaglio era mio».
Francesca Romano
19. ott, 2009
Anche Annozero su Facebook propone due argomenti prima di andare in onda e riceve centinaia di proposte e argomenti. Sarà un caso?
federica brunini
09. nov, 2009
Anche oggi un’altra notizia che non posso verificare, nè leggere, nè approfondire: Sarkozy, dice il Corsera, ha pubblicato le sue foto di quando picconò il Muro di Berlino su FB. FB, dove io, come molti altri colleghi, dopo mesi di lavoro, e sottolineo lavoro, non “cazzeggio”, ho collezionato i contatti con gli uffici stampa di Obama, con l’entourage della Merkel… E una serie di email, siti e link utili per il mio lavoro, o meglio per il lavoro che sono chiamata (e pagata) per fare. Persino le Questure italiane, oggi, sono su FB. E tutte le notizie passano di lì, dove, secondo me, c’è la miglior rassegna stampa internazionale e gratuita. Evidentemente, alla mia azienda, che si pregia del titolo di editore e di pubblicare testate che sbaragliano il mercato, non importa nulla della qualità e della varietà delle fonti alle quali i suoi giornalisti, e ripeto giornalisti, non meri dipendenti, possono o, in questo caso, non possono accedere. Non solo: ma stabilisce a priori, e senza nessuna consultazione con chi le informazioni le maneggia, quali sono gli strumenti di lavoro più adeguati. A questo punto, una provocazione: cari colleghi, smettiamo di utilizzare google, wikipedia, corriere.it, repubblica.it etc etc e facciamo i nostri giornali con gli strumenti che ci vengono forniti, il collegamento Ansa, per esempio. Smettiamola di utlilizzare i nostri cellulari personali per chiamare oltre orario gli intervistandi, o mandare sms come ormai molti dei personaggi e degli agenti richiedono: il numero è mio, strettamente personale, e non rientra negli strumenti di lavoro. In trasferta, smettiamola di portare i nostri pc portatili, le nostre chiavette USB. Magari, dimentichiamo a a casa anche i nostri cervelli: non sempre servono. E forse la loro assenza sveltisce il workflow, pardon, il flusso di lavoro.
Ugo Guidolin
14. gen, 2010
Divertirsi su Facebook? Conviene all’azienda!
Una nuova funzione di Facebook permette agli utenti di partecipare al social network via e-mail. Come risponderanno le aziende che hanno censurato l’uso dei famoso social network ai loro dipendenti, con notevoli investimenti in termini di protezioni software, ora che il pericolo rientra dalla finestra delle e-mail? La realtà dei fatti è che la censura può essere solo un rimedio breve e transitorio, quasi sempre inefficace e molto dispendioso. Meglio piuttosto investire in engagement rate. [Vai all'articolo]
gianluca pollesel
19. gen, 2010
Tutti gli eccessi sono dannosi.
Anche io ho pubblicato un post sul mio blog aziendale proprio sulle “distrazioni” creative.
Metto il link, se fosse fosse contrario alla netiquette prego gli amministratori di levarlo e mi scuso sin d’ora.
http://www.ufficioarredato.it/2010/01/18/sulla-%E2%80%9Cpausa-caffe%E2%80%99%E2%80%9D-e-gli-altri-tempi-non-lavorativi/